Dal nostro inviato Gilberto Scalabrini
Nella foto Andrea Angelucci, il carabiniere caduto mentre svolgeva il suo dovere durante un posto di blocco
Dolore, strazio, rabbia e lacrime. E’ questo quello che rimane ai familiari e agli amici di Andrea, distrutti dalla tragedia.
«Povero angelo mio… era tanto buono… perché è successo, perché…gli hanno fatto del male?»
Come in una sorta di nenia funebre, la mamma del giovane
sottufficiale ripete all’infinito questo interrogativo mentre, nella
sala d’attesa dell’obitorio, attende che le facciano vedere il figlio.
Sono le 11 e il dolore si tocca con mano, reso ancora più terribile
quando sopra la verticale dell’ospedale si sente il rumore denso delle
pale dell’elicottero dei carabinieri. Sta facendo ritorno alla base. La
caccia all’uomo è terminata. Un pluripregiudicato, silenzioso, subdolo
e spietato, è finito in manette, ma ancora nessuno qui ancora lo sa.
Infine, un giovane capitano guida mamma e papà verso la camera
mortuaria. Loro lo seguono con quelle poche forze che gli rimangono. La
salma di Andrea è ancora sulla barella, coperta da un lenzuolo bianco.
La mamma, con gli occhi lucidi, rossi di pianto, si avvicina sorretta
dal marito e l’abbraccia. Poi si china di nuovo e gli accarezza il
volto, come se volesse scaldarlo dal gelo della morte. «Figlio mio eri
tanto bello e bravo, perché mi hai fatto questo… perché mi hai lasciato
sola… eri tanto buono…».
Parole che straziano il cuore di parenti e amici che sono
immobili sul corridoio e nascondo pure loro le lacrime. C’è anche il
presidente della corte d’appello di Perugia, Emanuele Medoro. Nessuno
però ha voglia di parlare. Un poliziotto, amico del carabiniere ucciso,
osserva sottovoce «era un giovane di grande umanità», mentre un prete
dice: «Dovunque si muore di intolleranza, è Abele che muore…».
E’ vero, verissimo. Eppure,c’è sempre qualcosa che colpisce e
offende nella morte di un giovane bello, buono e preparato
professionalmente. Come se il destino che aveva dato tanto volesse
riprendersi tutto di colpo. Gli antichi lo avevano capito bene: .
E non si trattava, come cercarono di insegnarci a scuola, di un detto
consolatorio, ma piuttosto della amara constatazione che esiste nel
mondo, una sorta di crudele legge di compensazione.
Di fronte a questo gioco, tanto più crudele perché non riusciamo
a capirne le regole, il dolore di uno è diventato oggi il dolore di
tutta l’Umbria.
Il maresciallo capo Andrea Angelucci è morto all’ospedale di
Foligno intorno alle ore 4 di questa mattina, dopo che i medici avevano
tentato un disperato intervento chirurgico.
«Hanno fatto l’impossibile per strapparlo alla morte», dice tra le lacrime la mamma.
E’ vero, ma quando Andrea è giunto in ospedale verso le ore 21, con
un’ambulanza del 118, era già in coma per le ferite e le fratture
multiple riportate in tutto il corpo. E’ stato travolto mentre tentava
di fermare il fuggitivo che con l’auto rubata ha forzato il posto di
blocco.
Tutto è accaduto in pochi terribili attimi intorno alle ore 20,30
nella piccola frazione montana di Volperino, tra Casenove e Colfiorito,
dove il maresciallo, che era in forza alla compagnia di Foligno da
appena un anno, aveva istituito il posto di blocco. Doveva fermare una
BMW X5 rubata poco prima a Cesi, vicino Colfiorito. Alla guida c’era un
uomo che viaggiava a folle velocità e che, nel tardo pomeriggio di ieri
a Foligno, in via IV Novembre, a bordo di una Ford Focus rubata aveva
investito due carabinieri che gli avevano intimato l’alt.
A Volperino, quando il conducente della BMW ha visto il posto di
blocco dei carabinieri e la paletta del maresciallo che si alzava, il
malvivente ha accelerato la marcia ed ha investito in pieno il
sottufficiale, trascinandolo per alcuni metri. Subito soccorso dai suoi
uomini, quando è arrivato il 118, il maresciallo era in condizioni
disperate. Nella notte i medici hanno tentato di strapparlo agli
artigli della morte con un delicato intervento chirurgico, ma tutti i
suoi organi principali erano compromessi e il maresciallo non ce l’ha
fatta.
Iniziava subito, da parte di carabinieri e polizia che si
gettavano all’inseguimento della BMW di color nero, la gigantesca
caccia all’uomo attraverso le tortuose strade di montagna. Strada che
il malvivente doveva conoscere bene, tanto che è riuscito a raggiungere
la Flaminia dove ha proseguito contromano e per diversi chilometri la
sua folle corsa a 180, 200 chilometri in direzione di Trevi. Gli
automobilisti che lo hanno incrociato ed hanno evitato solo per
miracolo uno scontro frontale, hanno subito dato l’allarme e così
venivano allestiti altri posti di blocco, mentre le auto di polizia e
carabinieri marciavano sulla corsia parallela a sirene spiegate. Poco
dopo, però, del fuggitivo si perdevano poco dopo le tracce ma le
ricerche proseguivano per tutta la notte senza sosta, con quasi 600
uomini e l’ausilio anche delle unità cinofile che battevano palmo a
palmo casolari e anfratti della zona di Trevi.